Il paradosso del baretto siciliano

Un essere umano apparentemente normale prende l’abitudine, in pausa pranzo, di recarsi in un simpatico baretto vicino al suo luogo di lavoro per prendere il caffè. Il caffè è buono, i dolci siciliani ricordano all’essere umano emigrante quelli della sua terra, l’arredamento è quello di un bar d’epoca, i camerieri cordiali, l’ambiente tranquillo. L’essere umano apparentemente normale sorride, sorbisce, paga, esce. A volte ascolta commenti e conversazioni e sorride. Perfetto.

Poi un giorno accade l’imprevisto: la barista mostra di riconoscere l’essere umano, anzi lo saluta affettuosamente. L’essere umano è confuso.

Poi, la volta seguente, la barista avvia una conversazione. L’essere umano è nervoso, sorride con mezza bocca, mentre l’altra metà già cerca di strisciare lungo il bancone per guadagnare l’uscita. Ma ritorna, perchè sa che qualsiasi essere umano normale ritornerebbe.

La barista offre la tessera fedeltà: l’essere umano si tocca l’anulare sinistro nervosamente.

La barista commenta la tinta dello smalto dell’essere umano (a fugare quasi ogni dubbio di coinvolgimento erotico, riveleremo ora che l’essere è di sesso femminile): l’essere umano è in panico. Eppure continua ad andare nel bar ormai divenutogli odioso, gravato dal peso del saluto, della conversazione magari brillante, perchè sente di dover superare una prova. 

E, quando vuole davvero rilassarsi, commette uno degli atti più odiosi al genere autenticamente umano: alla faccia della tessera fedeltà se ne va dietro l’angolo, al bar Lavazza, dove i camerieri sono così occupati che non la cagano di striscio, e quando la fanno attendere dieci minuti per pagare, o – incuranti della fila – servono per primo il consigliere comunale, lei, l’essere umano apparentemente normale, sorride beata della propria invisibilità.

Last in – First out

Ho sognato di essere un eschimese, di una tribù di eschimesi. Io ero un guerriero, e dovevo proteggere la mia principessa . Ella aveva avuto un amore infelice, e l’aveva perduto. Lui,  trasformato in serpente da un incantesimo, cercò rifugio nel corpo di lei, perchè era caldo, e ci fece la tana. La principessa languiva e dimagriva, indebolita dal parassita, e nessuno di noi sapeva spiegarsi le ragioni del suo male. Finchè in un alba particolarmente gelida, lei divenne fredda e il serpentello, non sentendo più il calore di cui aveva bisogno, le uscì dalla bocca. Così si videro, finalmente… Ma il serpente, appena messa fuori la testa, gelò, rimanendo fuori dalla bocca di lei solo a metà, un bastoncino di ghiaccio. Così si parlarono, e lei capì che lui era il suo amore perduto, ma poi si addormentò e credette che tutto fosse stato un sogno. Al sorgere del sole il serpente ritornò nel corpo, ridivenuto caldo, e la principessa ricominciò a stare male. Ma io, il guerriero, avevo visto tutto ed adesso sapevo come salvare la mia principessa, col serpente che si muoveva sotto la pelle candida: dovevamo portarla in un posto freddo, molto freddo, e raffreddarla tanto da far uscire fuori il serpente.

Poi purtroppo la mia famelica figlia si svegliò e mi chiese di scaldarle il latte, ed io non saprò mai come sarebbe andata a finire la storia.

Quando ho raccontato turbata il sogno a mio marito, lui – che di psicanalisi non ne capisce, ma è un tipo pratico, solutore di problemi – il suo unico, pregnante commento, è stato: “Si, ma il serpente, nella principessa, da dove c’era entrato?”

Equilibrismi

Stamattina, dal finestrino del tram, ho visto una scena che mi ha colpito: c’era un papà che accompagnava la sua bimba a scuola in bicicletta. Niente di strano, vero? No, è che il papà era giovanissimo ed “alternativo”, con un cespo di treccine rasta in testa (si, vabbè, adesso ce l’hanno anche i commercialisti, direte), ed una bicicletta scassata, che più scassata non si può (no, non era un commercialista). Indossava una specie di poncho tibetano, e pure la bimba era intabarrata in un prodotto equo e solidale rosso, troppo grande, abbinato al cappello di lana da jolly. Si teneva stretta stretta al papà, dal portapacchi posteriore, visibilmente spaventata dai pericolosi zig zag della bici. Cannabis di prima mattina? No, un enorme zainetto di Barbie, rosa confetto, strapesantissimo, sulla spalla sinistra del padre, a sbilanciare l’equilibrio precario delle due ruote. Immagino le crisi di pianto della bimba, per ottenere lo sporco zainetto capitalistico uguale a quello della compagna di banco,  i tentativi dei genitori di proporgli uno zainetto di lana di lama, no global, la loro capitolazione stanca, la prima di una lunga serie di faticosi compromessi. Che tenerezza mi hanno fatto quei due, piccoli e barcollanti, ghermiti dalla società dei consumi. Ho pensato a tutti i compromessi che l’essere genitori comporta, con noi stessi e col mondo.

Nena

Qualche giorno fa è morta Nena, la prima compagna che mio padre ebbe dopo la separazione dei miei.

Con quelle casualità beffarde che solo la vita regala, il compagno di mia madre si chiamava Nino, da Antonino, e Nena era invece il diminutivo spagnolo di Maria Antonietta. Sì, perchè Nena era una travolgente, focosissima calabrese trapiantata in Argentina.  Una ‘riggitana del famigerato rione Sbarre,  per giunta…

Nena era altissima, formosissima, elegantissima, biondissima, esuberantissima e tanti altri “issima” che non sto qui a ricordare, una bellezza aggressiva da telenovelas, sempre vestita in oro, leopardati, maculati, con veli svolazzanti e tacchi esagerati. Per far capire il suo stile, basti dire che, quando avevo dodici anni, mi prestò un suo abitino da passeggio per travestirmi da Cleopatra a carnevale. Con indubbio cattivo gusto, che allora non potevo capire, mio zio si travestì da Antonio e ci scattarono delle foto insieme, per ricordo. Adesso che ci penso, dovrei trovarle e bruciarle, prima che mia figlia si faccia strane idee sui miei traumi adolescenziali…

Nena era amica di infanzia di una cugina di mio padre e lo colse nei suoi splendidi quarant’anni, dopo aver perso venti chili per le sue pene d’amore, col fascino irresistibile di una Mercedes azzurro pallido e della sofferenza inflittagli da una perfida donna, quindi miele per tutte le altre…Nena aveva una decina d’anni più di lui, occultati con ogni sorta di stratagemmi, due figli grandi, e parecchi dollari in dote dopo la separazione da un industriale argentino. Regalò a mio padre un accendino d’oro massiccio, una pelle di mucca ed un copriletto puzzolentissimo di pelliccia vera di non so che, adattissimo ai rigori degli inverni calabresi e che puzzò per i successivi vent’anni del sudore di mio padre. Mi regalò i miei primi – ed unici – vestiti di marca, in una costosa boutique del centro, mentre mio padre e mia madre litigavano in Tribunale per stabilire chi dovesse comprarmi i libri di scuola: così quella primavera del 1982 fui elegantissima, ma sempre senza apparecchio ai denti e senza vocabolario di inglese.

Nena aveva la voce tonante e insegnò a mio padre il tango, a mia sorella le filastrocche in spagnolo e a me a curare il mio primo, devastante, attacco di candida, che mia madre liquidava da mesi con un soave “Non grattarti troppo forte che ti fai sangue…”. Nena teneva le briglie strette a mio padre e rispondeva con una linguaccia ai suoi eccessi di ira, facendolo ridere di sè stesso. Nena piaceva perfino a mio nonno Ricciotti.

Lei e Nino ci misero in riga, a me e mia sorella, non c’è che dire…Con la lucidità degli estranei affettuosi videro i nostri difetti e le eccessive indulgenze: Nino proibì la pratica dei menù alternativi per noi bambine, abituandoci finalmente a mangiare di tutto, frutta, verdure e legumi inclusi; Nena mi obbligò a lavare i piatti al campeggio, “per aiutare”, ed io da allora cominciai a collaborare in casa.

Di Nena ricordo solo un episodio sgradevole: papà aveva comprato una raccolta dei Beatles in due doppi Lp, rosso ed azzurro, ed io passavo i pigri pomeriggi della domenica a cantare con le cuffie, seguendo i testi in inglese. Avevo undici o dodici anni, e ancora credevo di poter diventare qualsiasi cosa: cantavo a squarciagola, senza sentirmi, per il puro piacere di farlo. Quando mi vide però il suo sguardo e le sue orecchie non furono ammortizzate dall’amore o dalle tenerezza materna, e mi disse brutalmente: “Madre de Dios, Nahui, ma sei stonatissima! Non dovresti assolutamente cantare!”; e infatti ci rimasi malissimo e non cantai mai più.

La fine della sua storia con papà rimane avvolta nel mistero: la versione ufficiale di papà fu che lui la lasciò perchè lei era “autoritaria”, una versione ufficiosa da soap opera lascia intendere un tentativo di seduzione da parte della figlia di lei ai danni di quell’anima innocente di mio padre, o viceversa, ma io non voglio credere a nessuna delle due versioni, anche se entrambe inorgogliscono parecchio (e del tutto incomprensibilmente: a me verrebbe solo da nascondermi) l’ego del mio progenitore.

L’ultima volta che vidi Nena fu una decina d’anni fa: sempre bella, allegra, maliziosa con mio padre. Andammo a mangiare insieme una pizza.

La ricordo, negli anni ’80, con mia sorella piccina in braccio: “E il pequeno…” Il piccolino, il mignolino, se lo mangiò!

Addio Nena, un bacio.

La lettera scarlatta

 

Sono le sette del mattino. Una piccola folla di donne attende nel corridoio, qualcuna guarda incantata fuori dalla finestre quella neve tardiva, che scende a grandi fiocchi. Una ragazza bruna mi si avvicina, con il foglio di ricovero in mano, nervosa:

– “E’ qui che si fa l’intervento?”

E’ slava, l’italiano incerto, i vestiti incerti, il taglio di capelli incerto, le mani rovinate ed il volto magro. Do uno sguardo al foglio che mi ha messo sotto gli occhi: IVG. La lettera scarlatta mi colpisce come un pugno nello stomaco e la guardo smarrita; annuisco, incapace di parlare.

– “Che paura – continua – Ho tanta paura, mi hanno detto che addormentano”.

Non mi ero resa conto che siamo un gregge, di pecore bianche e pecore nere. L’infermiera pastore intercetta il nostro dialogo incongruo, i miei occhi sbarrati e lucidi, ed arriva svelta a separarci:

“Signora, lei vada ad aspettare nell’altra saletta”, mi prende per mano come una bimba, mi chiede scusa con lo sguardo.

Le pecore nere vengono radunate con frasi un pò brusche, assegnate alle stanze per etnia, per farsi coraggio e compagnia ognuna nella propria lingua: ci sono monumentali e vocianti nigeriane, le cinesi piccole e silenziose, le rumene belle e candide come la neve che sta cadendo, l’adolescente italiana accompagnata dalla madre della mia età.

Io e l’altra pecora bianca ci guardiamo da un capo all’altro della saletta troppo grande, pensiamo ai destini assurdi e incrociati degli esseri umani, quelli desiderati che muoiono e quelli non voluti che vivono. E’ inutile cercare un senso. Chino la testa, c’è poco altro da fare.

Addio pesciolino

La mia volontà non basta, non bastano i voti, non bastano le medicine, non bastano ciabatte e pigiama ad un’iperattiva domata dall’amore. Chioccia stupida, che cova fantasmi.

Della vita e della morte, noi non possiamo disporre.

Confessioni di una bibliofaga

Mi introdusse al vizio una che il vizio non ce l’aveva.

Mia zia Sellina (da “sorellina”, nomignolo affibbiatole da mia madre bambina), commossa nel vedermi con la faccia come un pane a seguito di un violento attacco di orecchioni, se ne arrivò con uno strano pacchetto rettangolare, rigido e piatto. “Sarà un puzzle?” pensai, pensando proprio “puzzle” e non certo “pazl”. E invece no, era un libro: Piccole Donne, di Luisa May Alcott. Guardai zia cercando di nascondere la delusione: non bastavano i libri di scuola, le tabelline, le pagine da ricopiare in bella calligrafia, quelle stupide filastrocche da tenere a memoria? Ma ero pur sempre una brava bambina:

 – “Grazie zia.”

 – “Leggi la dedica che ti ho scritto sulla prima pagina. Che fai, neanche lo apri?”

 – “Aaalla miia ni-po-tii-naa il suo prrimoo lib lib-ro…la sua ma-dri-na.” Eh si, zia Sellina era proprio la mia madrina, alla faccia di mio cugino Stefano, che si sentiva derubato di una parte della sua mamma.

 – “Allora, ti piace? Ho notato che non avevi ancora un libro.”

Mia madre alzò gli occhi al cielo: e certo, noi eravamo diventati i provinciali ignoranti, dacchè i miei zii si erano trasferiti nella metropoli di Cosenza. Santa pazienza, lei sperava di tenermi calma con una nuova bambola almeno per una mezz’ora…  E invece quel libro inutile, senza figure, che fu riposto nello scaffale appena zia uscì dalla stanza, mentre io mi rituffavo entusiasta nel mio Topolino. Per casa c’erano anche Tex, Zagor, un’intera collezione di Diabolik con le belle donne da ricopiare sull’ultima di copertina, e qualche fumetto pornografico che mio padre nascondeva accuratamente ma non abbastanza: perchè le donne con le tette di fuori dicessero sempre “AaaHH” e si leccassero le labbra non mi era ancora chiaro, ma – sfogliandoli col cuore in gola – intuivo che si trattava di materia proibitissima.

L’oggetto rettangolare rimase più di un anno a prendere polvere nella libreria, mentre Nahui cresceva, ingrassava e subiva le sue prime cocenti delusioni sentimentali. Avrei iniziato a leggere se fossi stata esile, bionda ed implume e Francesco Sergi non avesse proclamato davanti a cinque suoi amici di non volermi come fidanzata perchè ero una cicciona? Chissà…

Presi il libro in mano a giugno, appena finita la quarta elementare, prima di partire per il mare, in un momento di noia estrema. Cominciai a leggere perplessa, poi stupita: dentro c’era una storia, e le figure si formavano nella mia mente come  in un film. Mi innamorai subito di Jo, che chiaramente ero io, rude, appassionata e selvaggia, il maschio che mio padre voleva e che avevo deciso di essere. Smettevo di leggere solo per mangiare, gli occhi rossi e cerchiati, finchè non arrivai alla fine. E ne chiesi altri, cominciando a compilare liste, a leggere le recensioni sul Giornalino che mi davano a catechismo. Diventai un piccolo fenomeno familiare, “A Nahui piace tanto leggere” diventò la mia presentazione, il mio biglietto da visita. I vecchi parenti mi guardavano sorridendo, come un animaletto in via d’estinzione, e da allora non ricevetti in regalo che libri: tutta la serie di Piccole donne (e vai a far capire al signore della cartolibreria Quattrocchi che “I ragazzi di Jo” esisteva davvero e non era un parto della mia fantasia), Giulio Verne, Peter Pan, Cosetta, Incompreso…In crisi d’astinenza andavano bene anche le fiabe di Andersen, i romanzi impolverati regalati a mia madre, le riviste impilate a casa di mia nonna, la settimana enigmistica nella boutique in cui mia madre comprava i vestiti, i libri di propaganda religiosa che mi regalavano le suore sperando che mi cogliesse provvida vocazione (“Sorriso di cielo” era la storia di una ragazzina timida come me che trovava la sua via in convento), invece per fortuna mi colsero provvide tempeste ormonali.

La verità è che diventai un’ingorda, una tossica: non facevo che leggere di tutto, in fretta, ingozzandomi, con una frenesia pari a quella che avevo nell’ingurgitare dolci. Non studiavo neppure più: se non avessi frequentato una carissima scuola per viziate signorine per bene fino alle medie, sono sicura che sarei stata bocciata; di certo i temi d’italiano fantasiosi e forbiti non avrebbero compensato la totale ignoranza della tabellina del nove.

A un certo punto il problema divenne procurarsi “la roba” , i libri, perchè i regali di natale e compleanno non erano sufficienti, venivano fumati in fretta. Per ventiquattro mesi il problema fu risolto con i ventiquattro fascicoli illustrati dell’enciclopedia per ragazzi “Conoscere”, bei libroni con la copertina arancione  in similpelle e le scritte in oro. Fu un’idea di mio padre, assolutamente incapace di resistere alle proposte di vendita di qualsivoglia oggetto: mi comprò l’enciclopedia con lo stesso spirito col quale il mese seguente avrebbe acquistato un set di ottanta contenitori i plastica per la cucina, fonte di un epico litigio con mia madre. I fascicoli venivano recapitati dal rappresentante una volta al mese, previa riscossione della rata e bestemmie di mio padre, che si pentì già al terzo mese. Il giorno della consegna era giorno di occhi rossi, occhiaie e mal di testa, perchè entro sera volevo leggere il fascicolo da cima a fondo, ovviamente. Il piano dell’opera prevedeva una miscellanea di argomenti per ogni fascicolo, per stimolare la curiosità del bambino: c’era scritto nell’introduzione e con me funzionava, pure con l’Introduzione.

“Mamma, lo sai che i libri hanno un dito?” , mi dice Marta maliziosa, ieri in cucina. “Ma davvero? E che dito sarà mai? Il mignolo? Il pollice?”. “Ma nooooo, mamma: è l’indice!!!!!”. Oddio quanto mi mancavano le barzellette delle elementari!

A dodici anni ebbi la terribile estate dei libretti rosa. Non Harmony, ma la collana “Rose blu”. Fui presa da una vera e propria mania, ne raccolsi una cinquantina in due mesi. La mattina andavo in edicola come dal pusher: “E’ arrivato il libro numero 42? Il ragazzo dagli occhi grigi?”. C’ero stata anche il giorno prima, naturalmente. Quello rispondeva stancamente “No bella, ti ho detto che arriva giovedì”. Al cinquantesimo volume mi resi conto che cambiavano i personaggi, l’epoca storica, i costumi, ma i romanzi rosa avevano tutti la stessa trama: la bellissima ragazza, però goffa e un pò timida (diciamo una bellezza da segretaria che si scioglie i capelli ed improvvisamente viene notata dall’avvocato), è amata da due uomini, l’uno affidabile, presente e devoto, e l’altro francamente stronzo e solitamente donnaiuolo. La perversione della mente femminile media richiede che la protagonista si innamori dello Stronzo e dica teneramente all’Affidabile: “Sei un caro ragazzo ed avrai sempre un posto speciale nel mio cuore”, facendone un frustrato dedito all’onanismo per il resto della vita. Ma il particolare capace di minare in modo permanente la salute mentale delle lettrici, e che dovrebbe indurre il legislatore a proibire i romanzi rosa durante tutta l’età fertile femminile, è che lo Stronzo, per amore della protagonista, cambia, diventa un altro uomo. Seriamente, ho letto saghe fantascientifiche più credibili. Immunizzata per sempre.

Fu sempre l’astinenza che mi portò a scoprire le biblioteche: la prima che saccheggiai fu quella della scuola, di cui ricordo un memorabile “Storia della pirateria” che alimentò i miei sogni per anni ed anni; poi fu la volta dell’antro segreto di nonno Tancredi, di quello dello zio Fifo, delle librerie di ciliegio di nonno Ricciotti…

Non c’è piaggeria che io non abbia commesso, pur di procurami libri: il saccheggio doveva  ovviamente essere preceduto dalla visita di cortesia. Così mi sorbivo le storie di guerra di mio nonno Ricciotti, le filippiche fasciste di mio nonno Tancredi, le lezioni su solstizi ed equinozi dello zio Fifo, per lunghi interminabili pomeriggi, occhieggiando golosa la ricompensa che mi attendeva sugli scaffali di quei templi maschili in penombra.

Da nonno Tancredi presi “Qualcosa galleggia sull’acqua” e i romanzoni di Carolina Invernizi, da nonno Ricciotti tutto Guareschi, la parodia dei Tre Moschettieri scritta dal figlio di Dumas, Edgar Allan Poe e poi un piccolo, insperato gioiello di comicità non sense di un autore inglese di cui ho dimenticato il nome, qualcosa di Achille Campanile, le vite dei regnanti d’Italia. I libri cementarono l’intesa fra me e nonno Ricciotti, che era una pacata, ironica, flemmatica anima gemella: “Peccato che tu non sia maschio”, mi disse un giorno con rimpianto. Se fosse stato un re, per me avrebbe modificato la Legge di Successione, ma era solo l’ultimo di una famiglia di signorotti decaduti di campagna, così l’anello con lo stemma e l’orologio d’oro finirono a mio cugino maschio. I suoi ricordi però li ho rubati io.

Zio Fifo aveva un’intera stanza foderata di libri, un sogno. “Zio” era un esemplare della mia complicata famiglia allargata: in realtà era zio acquisito della prima moglie del secondo marito di mia madre, ma ci aveva litigato e, come suprema offesa, aveva deciso di adottare i parenti della “buttana”, alias mia madre. Abitava sopra di noi e mia madre temeva seriamente per la portata dei soffitti, ogni volta che lui ordinava un nuovo scaffale. Da lui scoprii i buoni classici: Shakespeare, Joice, Virgina Wolfe, e tuttalaserietutta  del fantastico Nero Wolfe. Zio Fifo era un nozionista: a volte mi stupivo sinceramente del fatto che migliaia di libri non avessero inciso minimanente sulla sua anima da ragioniere. Quando morì lasciò detto alla moglie di farmi prendere tutti i libri che avessi voluto, in suo ricordo. La zia Rina, che nel frattempo si era riappacificata con la nipote, temeva che la svuotassi, ma io presi solo due raccolte in formato economico. A volte mi chiedo con tristezza in quale discarica siano finiti tutti quei libri.

Solo i classici super economici  venduti in edicola, negli anni ’90, mi resero finalmente autonoma.

Ma non ancora sazia, ovviamente.

I libri non solo mi fanno sempre compagnia, ma in tutti i momenti difficili della mia vita è sempre arrivato quasi per incanto un libro che mi ha tirato fuori dall’abisso, mi ha ricordato chi sono, mi ha dato forza e coraggio.

Ricordo i lunghissimi pomeriggi da sola con la mia neonata vorace: una tetta a lei, addormentata, e sull’altra, candida monumentale tetta da nutrizione, un volume della Recherche aperto a salvarmi dalla depressione da balia.

Progeffik

Ogni mattina ed ogni sera do da mangiare al pesciolino.

Una capsula nel suo acquario, finchè il mio sangue non riuscirà a trovare il suo sangue. Se il mio sangue riuscirà a trovare il suo sangue.

Perchè dovresti restare

Si, lo so che hai già le tue valige rosse pronte, e che il primo predicozzo arriva decisamente troppo presto, ma aspetta.

Forse sono un’idiota a pensare che dipenda solo da te, in fondo. Però lo penso.

E’ così, visti da fuori e dall’alto sembreremo piuttosto tristi e schizzati, forse, specialmente in quest’ultimo anno. E forse la tigre narcotizzata e ormai rincoglionita  che hai visto laggiù ti ha dato parecchio da pensare… Oh, ma è innocua e non la potevo mica far fuori: non ti lasciare impressionare da queste sciocchezze. Ed anche il mio batticuore, e quello sguardo pallato che a volte mi vedi: ti immagino già che mi dici “Tranqui, va tutto bene”, non sapendo che con quello sguardo ti ho già inoculato un virus che prima o poi ti farà uno sguardo identico al mio, quando meno te lo aspetterai. Un carattere ansioso non è il peggio che possa capitare, nella vita. Ed anche la calvizie, se è quello che ti preoccupa: è solo un 50% di possibilità, non l’hai letto nel contratto? Beh, erano le clausole scritte in piccolo.

Insomma: rimani. Hai fatto un viaggio così lungo ed adesso è dura, lo so, ma poi sarà tiepido e rilassante. Niente più suddivisioni e moltiplicazioni e strappi di pelle che tira e materia densa che opprime. Poi ci si affeziona a questo corpo. Alla prima carezza, al primo goccio di liquido caldo e dolce giù per la gola.

Comunque, non voglio insistere. Non mi piace pregar la gente. Se decidi di andar via farò un viaggio in Irlanda. Stavo già prenotando il traghetto, guarda… Un viaggio che desideravo da una vita, pensa un pò.

Però se rimani è meglio. Davvero, molto meglio. Vorrei dirti “fidati”, ma non posso: la verità è che ti invito ad un’avventura.

Love.

L’estratto di chigno

 

 Il chigno (Faba vulvaria) è una leguminacea spontanea un tempo molto diffusa nel sud della penisola. Pianta delicata e sensibile ai cambiamenti climatici, oggi risente del riscaldamento globale e dell’inquinamento atmosferico, tanto da essere stata proposta come specie autoctona protetta, anche al fine di evitare la colonizzazione del suo habitat da parte delle più resistenti varietà importate dal Nord Africa.

Le virtù medicamentose dell’estratto di chigno – ricchissimo di sali minerali e preziosi oligoelementi  – sono davvero molteplici e note fin dalla più remota antichità. Tutte le nostre ave usavano abitualmente il chigno come rimedio efficace contro acne giovanile e senile, ipertricosi, ansia e depressione, colite a base psicosomatica, insonnia, cefalee e nevralgie in genere, dolori mestruali e disordini ormonali. Recenti studi hanno portato alla luce interessanti notazioni del dott. Freud sull’effetto benefico del chigno anche nella cura dell’isteria femminile. Con diverse posologie e modalità di somministrazione, l’estratto di chigno si è dimostrato inoltre un rimedio efficacissimo per curare in modo definitivo gli episodi di stipsi ricorrente.

Il meccanismo di azione dell’estratto di chigno è ancor oggi ignoto: il legume, infatti, pur essendo privo di fitoestrogeni, sembra contenere un enzima (la capzozuchina) capace di attivarne la produzione nell’organismo femminile, spiegando così i benefici effetti che produce nel corpo della donna. Il chigno contiene inoltre un attivatore primitivo del recettore beta della serotonina, il trombotiflexano, che produce,  durante l’inoculazione, un effetto miorilassante e di insensibilità al dolore e –  anche nelle due, tre ore successive all’assunzione – una sensazione di incredibile benessere e rilassamento, sia al livello fisico che psichico. Sono stati riferiti episodi di “fame chimica” nelle ore successive all’assunzione, ma si tratta di effetti collaterali che tendono a scomparire nel prosieguo della terapia.

Generalmente ben tollerato anche a dosaggi elevati, l’estratto di chigno presenta un unico inconveniente: la difficoltà di reperimento sul mercato di un prodotto biologico che va consumato fresco, entro pochi minuti dall’estrazione, rendendo necessario un rapporto diretto produttore/consumatore. Una filiera corta, insomma, un prodotto tipicamente a chilometri zero, che porta alla riscoperta della natura e dei rapporti umani autentici. Per favorire la conoscenza e la diffusione di questo antico rimedio di medicina naturale nasce l’iniziativa “Adotta un chigno”: a tutti gli interessati verrà consegnata una pergamena in pelle di pecora con l’indirizzo del produttore, il certificato di genuinità del prodotto e tutte le istruzioni per passare una piacevole giornata a contatto con la natura, per riscoprire le proprie abilità manuali  raccogliendo personalmente il medicamento dal chigno di fiducia.

 

CATEGORIA TERAPEUTICA: probiotici

POSOLOGIA E MODALITA’ D’USO: Il dosaggio minimo è di una bio-dose al giorno (essendo un estratto naturale biologico non trattato la quantità di principio attivo è variabile), assunta a scelta e/o secondo la patologia da trattare. E’ consentito un trattamento prolungato nel tempo. L’uso prolungato può dare assuefazione.

CONTROINDICAZIONI: età pediatrica.

EFFETTI COLLATERALI: unici segnalati, gravidanza ed allattamento.

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