Un essere umano apparentemente normale prende l’abitudine, in pausa pranzo, di recarsi in un simpatico baretto vicino al suo luogo di lavoro per prendere il caffè. Il caffè è buono, i dolci siciliani ricordano all’essere umano emigrante quelli della sua terra, l’arredamento è quello di un bar d’epoca, i camerieri cordiali, l’ambiente tranquillo. L’essere umano apparentemente normale sorride, sorbisce, paga, esce. A volte ascolta commenti e conversazioni e sorride. Perfetto.
Poi un giorno accade l’imprevisto: la barista mostra di riconoscere l’essere umano, anzi lo saluta affettuosamente. L’essere umano è confuso.
Poi, la volta seguente, la barista avvia una conversazione. L’essere umano è nervoso, sorride con mezza bocca, mentre l’altra metà già cerca di strisciare lungo il bancone per guadagnare l’uscita. Ma ritorna, perchè sa che qualsiasi essere umano normale ritornerebbe.
La barista offre la tessera fedeltà: l’essere umano si tocca l’anulare sinistro nervosamente.
La barista commenta la tinta dello smalto dell’essere umano (a fugare quasi ogni dubbio di coinvolgimento erotico, riveleremo ora che l’essere è di sesso femminile): l’essere umano è in panico. Eppure continua ad andare nel bar ormai divenutogli odioso, gravato dal peso del saluto, della conversazione magari brillante, perchè sente di dover superare una prova.
E, quando vuole davvero rilassarsi, commette uno degli atti più odiosi al genere autenticamente umano: alla faccia della tessera fedeltà se ne va dietro l’angolo, al bar Lavazza, dove i camerieri sono così occupati che non la cagano di striscio, e quando la fanno attendere dieci minuti per pagare, o – incuranti della fila – servono per primo il consigliere comunale, lei, l’essere umano apparentemente normale, sorride beata della propria invisibilità.
