Nena

Qualche giorno fa è morta Nena, la prima compagna che mio padre ebbe dopo la separazione dei miei.

Con quelle casualità beffarde che solo la vita regala, il compagno di mia madre si chiamava Nino, da Antonino, e Nena era invece il diminutivo spagnolo di Maria Antonietta. Sì, perchè Nena era una travolgente, focosissima calabrese trapiantata in Argentina.  Una ‘riggitana del famigerato rione Sbarre,  per giunta…

Nena era altissima, formosissima, elegantissima, biondissima, esuberantissima e tanti altri “issima” che non sto qui a ricordare, una bellezza aggressiva da telenovelas, sempre vestita in oro, leopardati, maculati, con veli svolazzanti e tacchi esagerati. Per far capire il suo stile, basti dire che, quando avevo dodici anni, mi prestò un suo abitino da passeggio per travestirmi da Cleopatra a carnevale. Con indubbio cattivo gusto, che allora non potevo capire, mio zio si travestì da Antonio e ci scattarono delle foto insieme, per ricordo. Adesso che ci penso, dovrei trovarle e bruciarle, prima che mia figlia si faccia strane idee sui miei traumi adolescenziali…

Nena era amica di infanzia di una cugina di mio padre e lo colse nei suoi splendidi quarant’anni, dopo aver perso venti chili per le sue pene d’amore, col fascino irresistibile di una Mercedes azzurro pallido e della sofferenza inflittagli da una perfida donna, quindi miele per tutte le altre…Nena aveva una decina d’anni più di lui, occultati con ogni sorta di stratagemmi, due figli grandi, e parecchi dollari in dote dopo la separazione da un industriale argentino. Regalò a mio padre un accendino d’oro massiccio, una pelle di mucca ed un copriletto puzzolentissimo di pelliccia vera di non so che, adattissimo ai rigori degli inverni calabresi e che puzzò per i successivi vent’anni del sudore di mio padre. Mi regalò i miei primi – ed unici – vestiti di marca, in una costosa boutique del centro, mentre mio padre e mia madre litigavano in Tribunale per stabilire chi dovesse comprarmi i libri di scuola: così quella primavera del 1982 fui elegantissima, ma sempre senza apparecchio ai denti e senza vocabolario di inglese.

Nena aveva la voce tonante e insegnò a mio padre il tango, a mia sorella le filastrocche in spagnolo e a me a curare il mio primo, devastante, attacco di candida, che mia madre liquidava da mesi con un soave “Non grattarti troppo forte che ti fai sangue…”. Nena teneva le briglie strette a mio padre e rispondeva con una linguaccia ai suoi eccessi di ira, facendolo ridere di sè stesso. Nena piaceva perfino a mio nonno Ricciotti.

Lei e Nino ci misero in riga, a me e mia sorella, non c’è che dire…Con la lucidità degli estranei affettuosi videro i nostri difetti e le eccessive indulgenze: Nino proibì la pratica dei menù alternativi per noi bambine, abituandoci finalmente a mangiare di tutto, frutta, verdure e legumi inclusi; Nena mi obbligò a lavare i piatti al campeggio, “per aiutare”, ed io da allora cominciai a collaborare in casa.

Di Nena ricordo solo un episodio sgradevole: papà aveva comprato una raccolta dei Beatles in due doppi Lp, rosso ed azzurro, ed io passavo i pigri pomeriggi della domenica a cantare con le cuffie, seguendo i testi in inglese. Avevo undici o dodici anni, e ancora credevo di poter diventare qualsiasi cosa: cantavo a squarciagola, senza sentirmi, per il puro piacere di farlo. Quando mi vide però il suo sguardo e le sue orecchie non furono ammortizzate dall’amore o dalle tenerezza materna, e mi disse brutalmente: “Madre de Dios, Nahui, ma sei stonatissima! Non dovresti assolutamente cantare!”; e infatti ci rimasi malissimo e non cantai mai più.

La fine della sua storia con papà rimane avvolta nel mistero: la versione ufficiale di papà fu che lui la lasciò perchè lei era “autoritaria”, una versione ufficiosa da soap opera lascia intendere un tentativo di seduzione da parte della figlia di lei ai danni di quell’anima innocente di mio padre, o viceversa, ma io non voglio credere a nessuna delle due versioni, anche se entrambe inorgogliscono parecchio (e del tutto incomprensibilmente: a me verrebbe solo da nascondermi) l’ego del mio progenitore.

L’ultima volta che vidi Nena fu una decina d’anni fa: sempre bella, allegra, maliziosa con mio padre. Andammo a mangiare insieme una pizza.

La ricordo, negli anni ’80, con mia sorella piccina in braccio: “E il pequeno…” Il piccolino, il mignolino, se lo mangiò!

Addio Nena, un bacio.

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