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Sono le sette del mattino. Una piccola folla di donne attende nel corridoio, qualcuna guarda incantata fuori dalla finestre quella neve tardiva, che scende a grandi fiocchi. Una ragazza bruna mi si avvicina, con il foglio di ricovero in mano, nervosa:
- “E’ qui che si fa l’intervento?”
E’ slava, l’italiano incerto, i vestiti incerti, il taglio di capelli incerto, le mani rovinate ed il volto magro. Do uno sguardo al foglio che mi ha messo sotto gli occhi: IVG. La lettera scarlatta mi colpisce come un pugno nello stomaco e la guardo smarrita; annuisco, incapace di parlare.
- “Che paura – continua – Ho tanta paura, mi hanno detto che addormentano”.
Non mi ero resa conto che siamo un gregge, di pecore bianche e pecore nere. L’infermiera pastore intercetta il nostro dialogo incongruo, i miei occhi sbarrati e lucidi, ed arriva svelta a separarci:
“Signora, lei vada ad aspettare nell’altra saletta”, mi prende per mano come una bimba, mi chiede scusa con lo sguardo.
Le pecore nere vengono radunate con frasi un pò brusche, assegnate alle stanze per etnia, per farsi coraggio e compagnia ognuna nella propria lingua: ci sono monumentali e vocianti nigeriane, le cinesi piccole e silenziose, le rumene belle e candide come la neve che sta cadendo, l’adolescente italiana accompagnata dalla madre della mia età.
Io e l’altra pecora bianca ci guardiamo da un capo all’altro della saletta troppo grande, pensiamo ai destini assurdi e incrociati degli esseri umani, quelli desiderati che muoiono e quelli non voluti che vivono. E’ inutile cercare un senso. Chino la testa, c’è poco altro da fare.