
Mi introdusse al vizio una che il vizio non ce l’aveva.
Mia zia Sellina (da “sorellina”, nomignolo affibbiatole da mia madre bambina), commossa nel vedermi con la faccia come un pane a seguito di un violento attacco di orecchioni, se ne arrivò con uno strano pacchetto rettangolare, rigido e piatto. “Sarà un puzzle?” pensai, pensando proprio “puzzle” e non certo “pazl”. E invece no, era un libro: Piccole Donne, di Luisa May Alcott. Guardai zia cercando di nascondere la delusione: non bastavano i libri di scuola, le tabelline, le pagine da ricopiare in bella calligrafia, quelle stupide filastrocche da tenere a memoria? Ma ero pur sempre una brava bambina:
- “Grazie zia.”
- “Leggi la dedica che ti ho scritto sulla prima pagina. Che fai, neanche lo apri?”
- “Aaalla miia ni-po-tii-naa il suo prrimoo lib lib-ro…la sua ma-dri-na.” Eh si, zia Sellina era proprio la mia madrina, alla faccia di mio cugino Stefano, che si sentiva derubato di una parte della sua mamma.
- “Allora, ti piace? Ho notato che non avevi ancora un libro.”
Mia madre alzò gli occhi al cielo: e certo, noi eravamo diventati i provinciali ignoranti, dacchè i miei zii si erano trasferiti nella metropoli di Cosenza. Santa pazienza, lei sperava di tenermi calma con una nuova bambola almeno per una mezz’ora… E invece quel libro inutile, senza figure, che fu riposto nello scaffale appena zia uscì dalla stanza, mentre io mi rituffavo entusiasta nel mio Topolino. Per casa c’erano anche Tex, Zagor, un’intera collezione di Diabolik con le belle donne da ricopiare sull’ultima di copertina, e qualche fumetto pornografico che mio padre nascondeva accuratamente ma non abbastanza: perchè le donne con le tette di fuori dicessero sempre “AaaHH” e si leccassero le labbra non mi era ancora chiaro, ma – sfogliandoli col cuore in gola – intuivo che si trattava di materia proibitissima.
L’oggetto rettangolare rimase più di un anno a prendere polvere nella libreria, mentre Nahui cresceva, ingrassava e subiva le sue prime cocenti delusioni sentimentali. Avrei iniziato a leggere se fossi stata esile, bionda ed implume e Francesco Sergi non avesse proclamato davanti a cinque suoi amici di non volermi come fidanzata perchè ero una cicciona? Chissà…
Presi il libro in mano a giugno, appena finita la quarta elementare, prima di partire per il mare, in un momento di noia estrema. Cominciai a leggere perplessa, poi stupita: dentro c’era una storia, e le figure si formavano nella mia mente come in un film. Mi innamorai subito di Jo, che chiaramente ero io, rude, appassionata e selvaggia, il maschio che mio padre voleva e che avevo deciso di essere. Smettevo di leggere solo per mangiare, gli occhi rossi e cerchiati, finchè non arrivai alla fine. E ne chiesi altri, cominciando a compilare liste, a leggere le recensioni sul Giornalino che mi davano a catechismo. Diventai un piccolo fenomeno familiare, “A Nahui piace tanto leggere” diventò la mia presentazione, il mio biglietto da visita. I vecchi parenti mi guardavano sorridendo, come un animaletto in via d’estinzione, e da allora non ricevetti in regalo che libri: tutta la serie di Piccole donne (e vai a far capire al signore della cartolibreria Quattrocchi che “I ragazzi di Jo” esisteva davvero e non era un parto della mia fantasia), Giulio Verne, Peter Pan, Cosetta, Incompreso…In crisi d’astinenza andavano bene anche le fiabe di Andersen, i romanzi impolverati regalati a mia madre, le riviste impilate a casa di mia nonna, la settimana enigmistica nella boutique in cui mia madre comprava i vestiti, i libri di propaganda religiosa che mi regalavano le suore sperando che mi cogliesse provvida vocazione (“Sorriso di cielo” era la storia di una ragazzina timida come me che trovava la sua via in convento), invece per fortuna mi colsero provvide tempeste ormonali.
La verità è che diventai un’ingorda, una tossica: non facevo che leggere di tutto, in fretta, ingozzandomi, con una frenesia pari a quella che avevo nell’ingurgitare dolci. Non studiavo neppure più: se non avessi frequentato una carissima scuola per viziate signorine per bene fino alle medie, sono sicura che sarei stata bocciata; di certo i temi d’italiano fantasiosi e forbiti non avrebbero compensato la totale ignoranza della tabellina del nove.
A un certo punto il problema divenne procurarsi “la roba” , i libri, perchè i regali di natale e compleanno non erano sufficienti, venivano fumati in fretta. Per ventiquattro mesi il problema fu risolto con i ventiquattro fascicoli illustrati dell’enciclopedia per ragazzi “Conoscere”, bei libroni con la copertina arancione in similpelle e le scritte in oro. Fu un’idea di mio padre, assolutamente incapace di resistere alle proposte di vendita di qualsivoglia oggetto: mi comprò l’enciclopedia con lo stesso spirito col quale il mese seguente avrebbe acquistato un set di ottanta contenitori i plastica per la cucina, fonte di un epico litigio con mia madre. I fascicoli venivano recapitati dal rappresentante una volta al mese, previa riscossione della rata e bestemmie di mio padre, che si pentì già al terzo mese. Il giorno della consegna era giorno di occhi rossi, occhiaie e mal di testa, perchè entro sera volevo leggere il fascicolo da cima a fondo, ovviamente. Il piano dell’opera prevedeva una miscellanea di argomenti per ogni fascicolo, per stimolare la curiosità del bambino: c’era scritto nell’introduzione e con me funzionava, pure con l’Introduzione.
“Mamma, lo sai che i libri hanno un dito?” , mi dice Marta maliziosa, ieri in cucina. “Ma davvero? E che dito sarà mai? Il mignolo? Il pollice?”. “Ma nooooo, mamma: è l’indice!!!!!”. Oddio quanto mi mancavano le barzellette delle elementari!
A dodici anni ebbi la terribile estate dei libretti rosa. Non Harmony, ma la collana “Rose blu”. Fui presa da una vera e propria mania, ne raccolsi una cinquantina in due mesi. La mattina andavo in edicola come dal pusher: “E’ arrivato il libro numero 42? Il ragazzo dagli occhi grigi?”. C’ero stata anche il giorno prima, naturalmente. Quello rispondeva stancamente “No bella, ti ho detto che arriva giovedì”. Al cinquantesimo volume mi resi conto che cambiavano i personaggi, l’epoca storica, i costumi, ma i romanzi rosa avevano tutti la stessa trama: la bellissima ragazza, però goffa e un pò timida (diciamo una bellezza da segretaria che si scioglie i capelli ed improvvisamente viene notata dall’avvocato), è amata da due uomini, l’uno affidabile, presente e devoto, e l’altro francamente stronzo e solitamente donnaiuolo. La perversione della mente femminile media richiede che la protagonista si innamori dello Stronzo e dica teneramente all’Affidabile: “Sei un caro ragazzo ed avrai sempre un posto speciale nel mio cuore”, facendone un frustrato dedito all’onanismo per il resto della vita. Ma il particolare capace di minare in modo permanente la salute mentale delle lettrici, e che dovrebbe indurre il legislatore a proibire i romanzi rosa durante tutta l’età fertile femminile, è che lo Stronzo, per amore della protagonista, cambia, diventa un altro uomo. Seriamente, ho letto saghe fantascientifiche più credibili. Immunizzata per sempre.
Fu sempre l’astinenza che mi portò a scoprire le biblioteche: la prima che saccheggiai fu quella della scuola, di cui ricordo un memorabile “Storia della pirateria” che alimentò i miei sogni per anni ed anni; poi fu la volta dell’antro segreto di nonno Tancredi, di quello dello zio Fifo, delle librerie di ciliegio di nonno Ricciotti…
Non c’è piaggeria che io non abbia commesso, pur di procurami libri: il saccheggio doveva ovviamente essere preceduto dalla visita di cortesia. Così mi sorbivo le storie di guerra di mio nonno Ricciotti, le filippiche fasciste di mio nonno Tancredi, le lezioni su solstizi ed equinozi dello zio Fifo, per lunghi interminabili pomeriggi, occhieggiando golosa la ricompensa che mi attendeva sugli scaffali di quei templi maschili in penombra.
Da nonno Tancredi presi “Qualcosa galleggia sull’acqua” e i romanzoni di Carolina Invernizi, da nonno Ricciotti tutto Guareschi, la parodia dei Tre Moschettieri scritta dal figlio di Dumas, Edgar Allan Poe e poi un piccolo, insperato gioiello di comicità non sense di un autore inglese di cui ho dimenticato il nome, qualcosa di Achille Campanile, le vite dei regnanti d’Italia. I libri cementarono l’intesa fra me e nonno Ricciotti, che era una pacata, ironica, flemmatica anima gemella: “Peccato che tu non sia maschio”, mi disse un giorno con rimpianto. Se fosse stato un re, per me avrebbe modificato la Legge di Successione, ma era solo l’ultimo di una famiglia di signorotti decaduti di campagna, così l’anello con lo stemma e l’orologio d’oro finirono a mio cugino maschio. I suoi ricordi però li ho rubati io.
Zio Fifo aveva un’intera stanza foderata di libri, un sogno. “Zio” era un esemplare della mia complicata famiglia allargata: in realtà era zio acquisito della prima moglie del secondo marito di mia madre, ma ci aveva litigato e, come suprema offesa, aveva deciso di adottare i parenti della “buttana”, alias mia madre. Abitava sopra di noi e mia madre temeva seriamente per la portata dei soffitti, ogni volta che lui ordinava un nuovo scaffale. Da lui scoprii i buoni classici: Shakespeare, Joice, Virgina Wolfe, e tuttalaserietutta del fantastico Nero Wolfe. Zio Fifo era un nozionista: a volte mi stupivo sinceramente del fatto che migliaia di libri non avessero inciso minimanente sulla sua anima da ragioniere. Quando morì lasciò detto alla moglie di farmi prendere tutti i libri che avessi voluto, in suo ricordo. La zia Rina, che nel frattempo si era riappacificata con la nipote, temeva che la svuotassi, ma io presi solo due raccolte in formato economico. A volte mi chiedo con tristezza in quale discarica siano finiti tutti quei libri.
Solo i classici super economici venduti in edicola, negli anni ’90, mi resero finalmente autonoma.
Ma non ancora sazia, ovviamente.
I libri non solo mi fanno sempre compagnia, ma in tutti i momenti difficili della mia vita è sempre arrivato quasi per incanto un libro che mi ha tirato fuori dall’abisso, mi ha ricordato chi sono, mi ha dato forza e coraggio.
Ricordo i lunghissimi pomeriggi da sola con la mia neonata vorace: una tetta a lei, addormentata, e sull’altra, candida monumentale tetta da nutrizione, un volume della Recherche aperto a salvarmi dalla depressione da balia.